Clonazione: un altro lucroso affare consumato sulla pelle degli animali
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Sul caso del bassotto "riprodotto" in Gran Bretagna per 60.000 sterline, interviene la Lav e ricorda quanto siano pericolosi questi esperimenti per la salute delle creature e come sia immorale dimenticare le milioni di vite rinchiuse nei canili

La LAV definisce aberrante il ricorso alla clonazione del proprio amico cane, di nome "Mini Winnie", commissionata da Rebecca Smith alla società coreana Sooam Biotech. La clonazione è stata ottenuta tramite il prelievo di tessuto del bassotto Winnie il cui DNA è stato poi impiantato nell’ovulo che ha dato origine a un embrione trasferito, a sua volta, in una madre surrogato: una “catena di montaggio” con un alto indice di insuccesso, dove gli animali sono trattati alla stregua delle macchine in fabbrica.

Ma non si tratta di un caso isolato: la Sooam Biotech Research Foundation ha già prodotto i cloni di circa 500 cani, con un procedimento che costa circa 60 mila sterline.  Al di là degli aspetti emotivi che potrebbero entusiasmare gli animi illusi di poter rendere immortale il proprio amico a quattro zampe, le tecniche di clonazione nascondono, nei fatti, una logica fondata su interessi economici e speculazione sulla vita di animali “da laboratorio”, finanziata dalle vane speranze di chi ha perso, o sta perdendo, il suo compagno a quattro zampe e pensa di poter manipolare la vita a nostro uso e consumo, accusa la Lav.
 
“L’idea di poter ordinare la nascita di cani come oggetti è ripugnante, sia dal punto di vista etico che scientifico – dichiara Michela Kuan, responsabile LAV settore Vivisezione - L’indice di fallimento per gli esperimenti di clonazione rimane altissimo, quindi anche in questo caso l’esperimento prevede lo sfruttamento e la sofferenza di animali che vengono usati come bacini di produzione di animali-copia; inoltre, l’essere vivente è il frutto di varie componenti e quella genetica ne rappresenta al massimo il 50%: è impensabile ottenere una copia identica dell’individuo che ci è stato vicino per anni perché, come dice la parola stessa, è unico.”
 
Il ricorso alle tecniche di clonazione è ancora più grave considerando i molti milioni di cani in attesa di un’adozione nei canili e i tanti randagi che vivono soffrendo la fame e privati dell’affetto e della sicurezza di una casa; i canili di tutto il mondo sono affollati e non hanno fondi per tutelare gli animali che ospitano, ma spesso proprio le persone che si definiscono amanti degli animali alimentano gli interessi di questi laboratori pronti a clonare cani, gatti o altri esseri viventi.

La LAV ricorda che gli esperimenti di clonazione hanno un’elevata percentuale di insuccesso e determinano chissà quanti embrioni, feti e cloni malati e poi soppressi, dei quali però non viene data notizia. Uno studio - basato su dati INFIGEN, una delle multinazionali clonatrici, e su studi di Atsuo Ogura del National Institute of Infectious Diseases di Tokyo - pubblicato anche dalla testata inglese New Scientist, afferma che il 75% degli embrioni animali clonati muore entro i primi 2 mesi di gravidanza e comunque il 25% nasce morto o con deformità incompatibili con la vita. Da 100 cellule di partenze mediamente una sola diverrà un animale “adulto e sano”.

Gli individui malformati vengono soppressi alla nascita oppure vengono sottoposti ad eutanasia dopo aver sofferto per un’imprevista malattia. Ecco perché la notizia di tali esperimenti viene resa pubblica solo dopo alcune settimane o mesi dall’evento, ovvero quando l’animale sopravvive almeno alla prima fase della sua esistenza da “creatura da laboratorio”.

I problemi che più di frequente presentano gli animali clonati sono: taglia corporea più grande del normale, patologie cardiache e polmonari, reni deformi, blocchi intestinali, deficienze immunitarie, diabete, tendini di lunghezza inferiore al normale, ecc. Le tecniche di clonazione animale sono ancora molto lontane dall’essere perfettamente collaudate: questo vuole dire bassa efficienza delle procedure, che tradotto in altri termini significa perdita di vite animali, fatto che però molti scienziati si guardano bene dal dichiarare pubblicamente, sottolinea la Lega antivivisezione.

 fonte: quotidiano.net

 
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