| Lo sguardo del cane che ho ucciso |
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È stato un attimo: mentre frenavo e sterzavo ho creduto anche di averlo evitato, ma lui ha cambiato di nuovo direzione e mi è come venuto incontro Venerdì sera ho ammazzato un cane. L'ho fatto volontariamente ed è accaduto davanti a numerosi testimoni. Guidavo in autostrada, tra Pistoia e Prato ovest. C'era tanto traffico. Lui è uscito dal guard-rail centrale, barcollando, disorientato. Sapevo che c'era un problema, perché da qualche chilometro i pannelli elettronici segnalavano "attenzione, animali vaganti". Sapevo, ma non è servito. Il cane ha fatto qualche passo e si è fermato in mezzo alla corsia di sorpasso: la mia corsia. Mi stava aspettando. È stato un attimo: mentre frenavo e sterzavo ho creduto anche di averlo evitato, ma lui ha cambiato di nuovo direzione e mi è come venuto incontro, tre o quattro passi verso la mia auto. Così l’ho ammazzato. Forse è scorretto utilizzare un articolo di giornale come psicanalisi posticcia, ma vorrei anche raccontare quale sensazione atroce sia quella di investire un essere vivente. Non è come quando passi con le ruote dell'auto su un animale morto: lì provi pena, commozione, tristezza. Investire un cane vivo, invece, è terribile. Senti un tonfo sordo, vedi per un attimo il corpo che sbalza, hai la consapevolezza di essere parte di una vita che termina. Sei l'interruttore che spegne tutto. Arianit guidava dietro di me e per fortuna ha frenato in tempo per limitarsi a sfasciare un po' della mia macchina e un po' della sua. Arianit è un operaio, credo albanese. Parla bene l'italiano. Vive a Prato ed era sulla via del ritorno, dopo essere andato a trovare suo fratello. Mi ha tamponato piegando sulla destra, è stato un gran colpo. Ma siamo ancora sani, con le auto un po' accartocciate. C'è una roulette russa, ogni estate in autostrada: rischiano di morire gli animali e anche le persone. Per cinque minuti siamo rimasti fermi, il tamponato e il tamponatore, in mezzo alla corsia di sorpasso, mentre le auto ci sfrecciavano a destra. Spaventati, inebetiti, inerti, non sapevamo come fare a raggiungere la corsia di emergenza. Se fosse arrivata un'auto più veloce delle altre, o un camion guidato da un autista stanco dopo ore e ore di lavoro, non avremmo avuto scampo. Quando è sceso dalla macchina, Arianit era sconvolto. Un po' gli tremavano le gambe e un po' mi voleva prendere a pugni. Però aveva visto il cane, e da infuriato era diventato disperato. È un volontario nei canili della zona. «Volevo riempirti di botte, ho pensato che eri un pazzo e che mi stavi rovinando. Invece hai fatto bene a frenare», mi ha detto. E si è commosso. Io però non capivo molto. Guardavo lontano, c'era un brutto orizzonte di serre, di campagne e di capannoni industriali. Cercavo il cane, ma non c'era. Sembra che si fosse mosso ancora, sanguinante, disarticolato come una marionetta triste. Aveva provocato un altro paio di tamponamenti e poi era finito da qualche parte, di lato, laggiù, per morire da solo. Poteva essere un cane sperso, fuggito da casa. Oppure era stato abbandonato deliberatamente. L'ho ucciso per scelta perché non ho deviato la mia direzione, perché ho pensato che sull’altra corsia c'erano auto, persone, famiglie. Non ho dato il colpo di volante in più. Sono stato il killer ma, se quell’animale è stato abbandonato, c'è anche un mandante. Come per mille altri delitti, non c'è solo chi preme la pistola o il detonatore. C'è chi l'ha abbandonato in una piazzola dell'autostrada, o vicino a uno svincolo. Chi l'ha portato in macchina, magari tenendolo buono con una falsa carezza, chi l'ha fatto uscire con una scusa, approfittando della sua ancestrale e assurda fiducia. Vieni, scendi dall'auto, presto; lui pensa che lo porteranno a fare una passeggiata, invece lo stanno condannando a morte e con quella condanna metteranno a rischio anche la vita degli altri, di quelli come me. Una delle prime cose che ho pensato è stata: è successo proprio a me. A me che voglio bene ai cani e ai gatti, che li rispetto, che a volte perfino li prendo come modello. È successo proprio a me e ad Arianit, mi sono detto, mentre lui mi faceva vedere sul telefonino le foto dei suoi animali, in casa, sul divano, e mi raccontava che aveva cercato «per cinque volte» di avere un figlio, ma «dio non aveva voluto». C'è un'immagine che mi accompagnerà nei prossimi viaggi, nei prossimi giorni e forse per tutta la vita che mi resta. Un istante prima di essere travolto dal frontale della mia macchina, il cane ha voltato la testa verso di me. Mi ha fissato. Era un grande pastore tedesco, anziano, silente e serio. Mi ha guardato dritto. Credo che abbia voluto conoscermi, per un istante, l'ultimo. E raccontarmi la sua storia. art. di Fabrizio Brancoli, fonte: iltirreno.gelocal.it |
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