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Pesci infetti nel Lario, scatta l’allarme

Il rischio di contagio è legato al consumo di prodotti crudi o poco cotti: interviene l'Asl  
Rivelata la presenza di un parassita che si può trasmettere all’uomo.

Allarme a Como per la diffusione dell’opistorchiasi, un parassita che colpisce i pesci d’acqua dolce e può trasmettersi all’uomo nel caso di consumo di animali infetti. Il problema riguarda in particolare tinca e scardola ma può manifestarsi anche nel lavarello e nel persico. Il rischio di contagio è legato al consumo di pesce crudo o poco cotto.
Il problema è esploso nelle scorse settimane, quando i campionamenti specifici effettuati dall’Asl di Como sulla fauna ittica del lago hanno dato esito positivo.
«Preciso subito che sul nostro territorio non è stato accertato alcun caso umano – dice Giulio Gridavilla, responsabile del dipartimento veterinario dell’Asl di Como – Alcuni dei prelievi fatti sui pesci però hanno confermato la presenza del parassita. L’opistorchiasi colpisce gli esemplari della famiglia dei ciprinidi, in particolare scardola e tinca, ma può interessare anche il lavarello o in alcuni casi il pregiatissimo pesce persico del Lago di Como. Le larve del parassita vivono nei muscoli del pesce e si trasmettono poi all’uomo, che è l’ospite definitivo».
Nell’uomo, la malattia si manifesta con anoressia, problemi digestivi, dolori addominali e ittero, con o senza febbre. «Per evitare rischi è sufficiente qualche accorgimento – sottolinea Gridavilla – Le larve di questo parassita infatti muoiono se il pesce viene cucinato oppure congelato a –20 gradi per almeno una settimana. In caso di consumo di pesce crudo quindi è necessario che prima sia stato congelato per evitare rischi».
Il dipartimento di prevenzione dell’Asl ha già inviato una nota ufficiale all’amministrazione provinciale, che gestisce il settore della pesca, e soprattutto a ristoratori e commercianti, sottolineando l’importanza di attuare queste norme preventive per scongiurare il rischio di casi umani di contagio.
«L’uomo si infesta con il consumo di pesce crudo o poco cotto – sottolinea ancora Giulio Gridavilla – Il quadro clinico all’inizio è caratterizzato in genere da dolori addominali, ma nei casi più gravi può portare anche all’epatite. In generale, la malattia interessa l’apparato digerente e epatico. Fino ad oggi in Italia sono stati accertati casi umani soprattutto nell’Italia centrale, legati al consumo di pesci provenienti dai laghi di quella zona».
Su segnalazione del ministero della Salute, la regione Lombardia ha chiesto alle Asl di intensificare i controlli sulla fauna ittica dei laghi e questo ha portato alla scoperta del parassita anche nelle acque del Lario. «Non è il caso di creare allarmismi – sottolinea ancora il dirigente dell’Asl – Non abbiamo riscontrato alcun caso umano e inoltre questo tipo di pesce difficilmente viene consumato crudo o poco cotto. Il continuo cambiamento della abitudini alimentari ha portato al contagio anche nell’uomo ed è quindi importante adottare le necessarie precauzioni per scongiurare i rischi».
L’Asl si rivolge soprattutto ai ristoratori ma anche ai pescatori, ai pescivendoli e a tutti i consumatori. «Stiamo attuando una campagna di tutela precauzionale – conclude Gridavilla – È sufficiente infatti che tutti adottino le norme preventive per evitare che il parassita colpisca l’uomo. Chi volesse consumare pesce crudo, deve assicurarsi che l’alimento sia stato congelato per almeno una settimana».

Anna Campaniello

 
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